In quanto titolo, Deiecta membra sembra porsi al di là di quello che è. Esso rivela, infatti, una condizione compiuta ed ormai esaurita: il tempo ultimo di un avvenimento di conflitti e di sconfitte, di cui rimane solo una raffreddata constatazione, se non un’attesa di “altro” da ciò che fu. Lo stesso non può dirsi, però, per il risvolto del titolo, laddove si attesta la pittura di Pietro Lista. Disseminata di allusività autobiografiche, essa si espone in un teatro fumante di corpi e di brocche, dove i corpi e le brocche sono come carcasse ed involucri vuoti, entrambi accomunati dal silenzioso destino delle cose, che è di rifiuto e di perdita. Se dietro la pittura di Lista c’è ancora un versante di fisiologica ri-flessione, questa riguarda — come dice Jean-Louis Poitevin in un lucido saggio sull’artista — l’immagine di un corpo lacerato dalla sua doppiezza: “tra il visibile e l’invisibile… tra l’espressione prima del corpo cieco — che è là per offrirsi allo sguardo — ed il desiderio ultimo del corpo veggente, che tende a dileguarsi nella pienezza dell’accecamento”. In realtà, è proprio sull’inevitabile dileguamento e sull’indifferente inversione tra i primi e le seconde, tra il corpo cieco ed il corpo veggente, che la pittura di Lista rivela — com’è evidente in queste ultime opere — una posizione di soglia, al limite dell’autonegazione e del baratro. Contrariamente al titolo, essa è al di qua di tutto ciò che appare, risolta su distanze minime e sottili, consegnata alla fissità di un occhio estroflesso e sgranato, che non ha più l’ossessione della vista. E’ una posizione, quindi, diversa dalle precedenti, dalla quale si osserva uno scenario ancor più addensato di frammenti, di piegature e di ammaccature, di anatomie troncate e slegate; che è dato da corpi acefali che hanno perso — da tempo immemorabile, forse dalla preistoria — la loro ossatura; che sono carcasse nate già tali, inevitabilmente rinsecchite. Di sicuro, scarsa è l’identità materica, residuale e molecolare, dei corpi con i corpi e di questi con lo sfondo. A volte, i primi sono immersi nel secondo e nelle sue concrezioni melmose, che restano concrezioni anche quando hanno il colore dell’oro; a volte, invece, essi sono staccati dal fondo come brandelli di una memoria smarrita, di una parola sospesa e mai detta. In un caso o nell’altro, comunque, i corpi sono spesso agganciati allo sfondo solo attraverso un rosso {o un bianco, o un nero), che è vibrante di purezza, che è un richiamo ulteriore ed in corto circuito, per così dire, a macellerie di storia, a carnai di odio decomposti in un liquame immondo.) Certamente, Pietro Lista ha conosciuto, fin dall’inizio, L’urlo notturno ed incontenibile di Edvard Munch, le Metamorfosi di Graham Sutherland; soprattutto ha visto e metabolizzato, lungo i labirinti del suo quotidiano, le dramatis personae di Francis Bacon. Molte sono, infatti, le opere, realizzate da Lista negli anni passati, che rimandano agli Studi sull’alterità di Bacon. Il rimando, tuttavia, è comprensibile a meno di alcuni scarti — più o meno lunghi, più o meno mediati — rilevabili sulla comune narrazione del corpo: in Bacon, resa con apparizioni improvvise e con esibizioni di fantasmi- persone; in Lista, con rugginosi sudari di effimeri moncherini, senza nome ed erosi nel sesso. “Privo di visione e di sguardo, il corpo — sottolinea ancora Poitevin — …è mostrato come pura presenza, puro enigma teso verso l’impossibile conoscenza di sé e del mondo”. Raffaele D’Andria